Gianni Recchi

Nato a Castelnuovo del Garda nel 1922 e muore a Verona nel 2009. Poeta veronese di grande effetto con le sue poesie che raccontano la vita della sua giovinezza fatta de “sgalmare e pan biscotto” e con i racconti di vecchi giochi ora in disuso. Uomo elegante sempre inappuntabile, sempre pronto alla battuta sagace. Una delle sue qualità era l’autoironia che disarmava e trasferiva la sua freschezza poetica nelle sue rime. Molte delle sue composizioni terminano con una morale non sempre esplicita ma ad un lettore attento non può sfuggire. Per alcuni versi ci ricorda le favole di Fedro o di La Fontaine. Non ha pubblicato molto ma per chi lo ha conosciuto rimane un pilastro della poesia dialettale veronese. Dal libretto “Vardando la stela” abbiamo scelto “A torghene” liturgia di un gioco quasi dimenticato come lo S-cianco.

Group-73.png
book-2791117_640
fotografierende-h5fvUAvsRdw-unsplash

A Torghene

“Dodese” – “bona”.
Ne la polvar
de quela strada bianca
zugaimo al s-cianco.

El pirlava nel sol
come na rondena
insieme ai sighi de noantri sengali
sempre in serca de gnai
su par i albari e de magnaroni
tra i sassi del Teon.

Strombetando
passava la coriera ma la strada
l’era nostra e noaltri
zugaimo al s-cianco.

“Quatordese” – “a torghene”.
e su le ultime batude calava el sol e in strada se spandea
udor de fen e de polenta e renga.

Ancò
su l’autostrada del progresso
voria fermarme:
sercar na qualche stradeleta
farghe la ponta al s-cianco e torghene.

“Setanta”…
ma la vosse la se perde
tra sese de ricordi e l’urlo isterico
de le sirene.