Premio Cultura 2020

Pro Loco  San Pietro in Cariano

I Edizione

Il concorso

ATTENZIONE! CONCORSO TERMINATO!

La Pro Loco San Pietro in Cariano (Verona) con il patrocinio dell’assessorato alla cultura del Comune di San Pietro in Cariano, il Consorzio Pro Loco Valpolicella, il Lyons della Valpolicella ed il Gruppo Culturale “Poeti delle Corti” indice e organizza il primo concorso nazionale di poesia in lingua italiana denominato: PRIMO PREMIO CUTURA PRO LOCO 2020

Poesie e Poeti

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
(Alda Merini)

CONCORSO TERMINATO, DI SEGUITO RIPORTIAMO LA CLASSIFICA

 

PRIMO CLASSIFICATO

Nell’ora rosata dei tramonti

di Carmelo CONSOLI

Mario, viene l’ora rosata dei tramonti.

Ti sarebbe piaciuta, come quando

di settembre ci vestiva lungo i sentieri

che tagliavano il granturco

e tu vedevi nei ricami delle nuvole

i bagliori della vita, la speranza del domani.

Così andavamo mano nella mano,

ombre d’oro i nostri passi, sfumature

dall’ocra al blu i corpi e le parole,

i gesti persi nelle distese degli ulivi.

Voglio pensarti dove sei ora

chino sui campi ad ascoltare

il fiato sospeso delle foglie, entrare

metro dopo metro nel solco arato della terra

ed io tuo figlio sulle spalle del suo eroe

a bocca aperta ad ascoltare

la favola degli uomini e del cielo.

 

La verità Mario

è che mi sono mancati troppo presto

i tuoi sorrisi, le tue dita tra i capelli

le risposte ai perché dei dolori e della morte.

E non sai poi quante croci ho sopportato,

quante persone e cieli interrogato

per questo stare in un calvario di giorni,

di città grigie, smarriti i tornanti del nostro andare

lieve e luminoso, persi il nitore degli orizzonti

tra i cementi, i progetti nel macero dei sogni.

Tutta un’altra vita amara padre mio, sai.

Ma voglio immaginarti ancora tra fili d’erba

e balzi di colline, rivedere noi due avvolti

nel giallo dei covoni, nei silenzi delle piane

in quest’ora rosata dei tramonti,

dolcissima e inquietante.

 

SECONDO CLASSIFICATO

Assenza d’angolo  

di Antonella IACOLI

Possiedo foto che non vorrei

stanze ripulite dalle lacrime

cabinet di giocatori d’azzardo

chini su carte e luna.

L’attimo eterno seduto sul divano

indolenzito color di vernice

quasi pallido e smagrito.

Lo so lo so spianano altre case

quelle antiche che amo

sono fuggite via come falene.

Oggi sono un fregio perimetrale

che s’attarda sotto trave

non mi trovi al buio facilmente.

Vive nel ghiaccio dei fiordi

la dissolvenza dei teoremi

il muto e mutevole passare

degli affetti.

Possiedo foto che non vorrei

stanze ripulite dalle lacrime

occhi finiti dentro il comodino.

Con una mano in tasca

la sera taglia il petto

da parte a parte

allaga il marmo.

E poi di te non so

che una porta che s’apre.  

TERZO CLASSIFICATO

L’ultimo miglio

di Stefano BALDINU

(in memoria delle vittime del volo Itavia IH870 precipitato a Ustica il 27 Giugno 1980)

                                                        “Guarda, cos’è?”

                                                                     (ultima parole pronunciate fra i piloti alle 20:59 del 27 Giugno 1prima che l’aereo Itavia IH870 precipitasse a Ustica)

Mi hanno trovata laggiù

in un ritaglio accennato di Paradiso

con i miei occhi riflessi nel lato occidentale

dello sguardo di Dio crocefissa

come ad una parete di cielo capovolto

con quelle stigmate di sale a bruciarmi i polsi.

Lo ricordo quello spicciolo di estate

appena coniata a gravitare sull’asse

della mia felicità, un batticuore d’ali a danzare

sui polpastrelli di una gioia che saliva

in direzione ostinata e contraria

sullo spartito del temporale.

E già immaginavo il profumo maturo

delle zagare ad accompagnare il canto

del sole sui muri a secco.

Seguiva la rotta consueta quella scialuppa di sogni

a fendere la spuma delle luci e non sapevo

che altri, quella sera, giocassero alla guerra

nel mio stesso cortile.

Poi fu come un’immagine sfuocata

dopo un infarto emozionale, l’ustione del respiro

tra le corde vocali cabrando dalla gola al balcone dell’anima

ed io scoprii la desinenza atroce con la quale coniugare

la mia vita al passato; compresi di essere un’ostia immolata

sulla latitudine di un sacrificio imperfetto,

sentii il fragore della carezza di un cielo

che diveniva mare a frantumare tutti i desideri

rimasti intrappolati nella cappelliera.

E poi fu solo il silenzio a pronunciare, un battito alla volta,

il mio nome in una eco a svanire fra le righe irregolari

di una notte che ignorava i confini dell’assenza

e l’ombra dei pesci come un sudario a consolarmi la fronte.

Ma adesso che vivo sospesa sulla longitudine

dell’anima di Dio e cerco invano, oltre queste pagine d’infinito,

di ricordare la formula della gioia

sogno ancora, fra le pieghe sgualcite di ogni costellazione,

quell’ultimo miglio da percorrere tutto d’un fiato

fino alla curva delle sue labbra.

***

PRIMO SEGNALATO

Luceva il giorno

di Pietro Colonna Romano

Rosa e di raso, di seta hai la pelle

e calde l’arti, per virtù amorose,

risplendon gli occhi e velano le stelle.

 

Vorrei offrirti senza spine rose,

darti carezze con le mani lievi

e la tua strada coprir di mimose.

 

Luceva il giorno mentre tu nascevi,

magici suoni ingentilivan l’aria,

piangeva il ciel, ‘ché da lassù scendevi.

 

Al mondo, di sicuro necessaria,

grazia regali e regali profumo;

del bello e dell’amore missionaria.

 

Così ti cerco e il tempo e me consumo,

consumo e penso a quell’andar dell’ore,

che furon dolce incanto sciolto in fumo:

 

quell’ore ove io sognai d’aver l’amore.

 

SECONDO SEGNALATO

Di ulivi neri, di scogliera

di Egidio Belotti 

“ ‘E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi / emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’ì euggi, / finchè u matin crescià da puèilu rechèugge / frè di gareuffeni e dè figge, / bacan d’a corda marsa d’aegua e de sa / che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de ma”. *

‘Creuza de ma’ F. De Andrè

Le frasi interrotte, quasi scintille sospese

sulla città assopita rivelare semplici malinconie

nella breve metamorfosi degli istanti, dove i sogni

riaprono le ferite oltre i sogni abbracciati alla fragile

melodia dei singhiozzi: al risveglio, quell’improvviso

frastuono inquieto di marea – Genova di ulivi neri,

di scogliera – nello struggente inerpicarsi di funicolari,

balconi, scale, e inaspettate voci distese, visi, spose,

oltre la terra scura, al di qua di questo mare annoiato,

carezzato appena dal dialogare docile del vento

amico degli scogli: e in quell’attimo, ecco Piazza Sarzano

vibrare d’ali e di canzoni, ombre di passaggio,

compagne di altri tempi sotto la nostra casa vuota,

con la straniera dolcenera amica della notte sospirare

delicate emozioni di fado e di chitarra. E poi, la malinconica

‘creuza’** piovosa profumare di rose, di sale, di mare,

Via del Campo sofferta epifania di ‘graziose’, Staglieno***

anima viva che riposa, e via di corsa senza fiato verso

l’ultima stazione avvolto dal silenzio immacolato delle cose,

accompagnato solo da questa sottile brezza stupita

che commuove nelle sue assenze dolorose.****

 

*”E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli / emigranti della risata con i chiodi negli occhi / finchè il mattino crescerà da poterlo raccogliere / fratello dei garofani e delle ragazze / padrone della corda marcia d’acqua e di sale / che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare”.

‘Mulattiera di mare’ F. De Andrè

** mulattiera di mare

***cimitero di Genova

****Campana, Caproni, Montale, Sbarbaro, Bindi, De Andrè, Lauzi, Tenco, le vittime delle alluvioni e del crollo del ponte Morandi.

 

TERZO SEGNALATO

Il vento silenzioso della morte

di Vittorio Ruocco

È un vento silenzioso quasi astratto

a trascinarci verso l’orizzonte

che appare come l’orlo dell’abisso

a noi viventi all’ombra della morte.

La piazza vuota al colmo del mattino

rende lo sguardo muto e sconsolato

a chi quasi a difendersi dal nulla

s’affaccia appena ai bordi della vita.

 

Il tempo sembra immobile, è un tormento

come una spada pronta a trapassare,

che fissa ad un centimetro dal cuore

non indietreggia né si lascia andare

al colpo che dilegua l’agonia.

Stammi vicina amica mia speranza

rinuncia ai tuoi propositi di fuga

da questa terra amara e maledetta,

rendimi almeno un palpito di luce.

 

Fa’ sì ch’io qui non resti a consumarmi

tra pile di ricordi e di rancori

ma possa ancora prendere per mano

la donna mia che attende sulla soglia

avvolta nel vestito dell’amore.

E se grida più forte la tempesta

e la paura annera ogni sorriso

perché il nemico occulto ci divora,

tu non abbandonarci alla deriva

ma guidaci nel tempio dell’aurora,

lontano, via da questa infausta notte.

 

Insegnaci ad usare le parole

raccolte lungo i viali del silenzio

per colorare di nuova bellezza

il volto sfigurato della vita.

Vedrai ritorneremo a camminare

con gli occhi accesi dalla meraviglia,

e finalmente ancora a respirare

il brivido innocente di un abbraccio.

 

QUARTO SEGNALATO

Non è deriva

di Franco Fiorini

                 Incontro

             Ai nostri quarantacinque anni insieme

Siamo qui, mia cara,

in questa sera quieta di novembre

a leggerci sul volto le stagioni

fuggite come nubi al maestrale

a preparare il rosso dei tramonti.

 

Ti sorprendo negli occhi la memoria

di corse incontro al vento a primavera

e i primi baci all’ombra dei ciliegi

al biancoverde delle margherite

– giovane il tempo – a regalarci sogni.

 

E a lungo li abitammo, i nostri sogni,

dentro i giorni cocenti dell’estate

– il sole amico a riscaldarci i passi –

al cinabro ruffiano delle sere,

ai brividi di luna delle notti.

 

Chiede resa, adesso,

la poesia incerta delle nebbie

di quest’autunno che ci pesa addosso

dove i versi sono echi di parole

perdute alla ricerca di una rima.

 

Ma la vita che insieme attraversammo

è ancora linfa nelle nostre vene.

Non è deriva, è solo un saggio approdo

di due navigli, a ritemprar le vele

sotto la filigrana delle stelle.

 

Indomite riannodano, le mani,

la trama misteriosa di un disegno,

promessa antica di speranze, e nuova.

Ora c’è da curare il gelsomino,

fiore ostinato che non vuol morire.

QUINTO SEGNALATO

Prima di spegnere

di Davide Bergamin

Le idee stanno ferme

sulle gambe

e i mondi spesi in altre vite

sono trasognanti rate a strozzo

su coperte di formiche.

Scrivo così, per vivere,

frasi appiccicate che,

senza saper dare altro nome,

qualcuno chiamerà poesia.

La speranza qui si arrende

dal cercarmi in uno specchio,

dove appare solamente

uno spigolo muschióso

che verdeggia sul cemento.

Stordisco nelle frasi

dal chiaro povero dei gesti;

i miei occhi cedono, socchiusi,

e la mia testa affronta con fatica

il peso di un alieno sonno.

A illuminarmi vorrei la notte,

per sentire di essere al sicuro

allontanato dai soggioghi

di ogni misera creatura.

Provo a spegnere la luce

e chiudo i miei pensieri aperti;

guardo e riesco a non vedere

morali sporche in ogni storia.

In un vile ultimo futuro

l’istinto perso di una madre

lascia al vento il fioco cero:

quel lume triste di un tramonto

che non riuscì a chiamare figlio.

Cancello le ultime illusioni,

e i colori in dissolvenza

vanno via placando il petto

che addormenta di eco in eco.

SESTO SEGNALATO

amabilmente sulla fanciullezza

di Giovanni Bottaro

Campaiaio: qualche tégola unita

da mutue pareti perimetrali

finestrella  assolata

fontanella  stentata

a terrazzi terra risicata

melodia di foglia ostinata

 

sera d’ombre imbrattata:

cessava il fuso di prillare

tremava ramo / tremolava un’ala

battendo salda suola sulla via appariva

il pastore sull’avemmaria: la greggia

al fresco del Casone seicentesco

 

polenta – luna piena gialla – rassodava

con il filo makò affilato a spartirla

 

postquam cenatum est

cioccherello scaglioso scoppiettava:

alitando col soffione sulla brace

tra gli alari la fiamma ravvivava

in toni di forgia rosso-azzurri

 

faville fuggenti a folleggiare

– farfalle a fuggire tra fuligginose

sofferenze per giungere affaticate

sulle stelle – evocavano fogge folli:

e il cuore scaldava

fremendo affrettato il flusso rosso

 

si accoccolava la tovaglia

 

ed io di malavoglia – con allungate

braccia e con la fronte bassa

(ché la lana non s’avvinghi al diritto-

rovescio dei ferri per la maglia) –

riducevo – con Nonna –

                               in gomitolo matassa

 

e il fuoco s’estingueva

in ramati riflessi a declinare

 

sulla mia testa bionda.

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