Preistoria e antichità

Le più antiche tracce della presenza dell’uomo nella zona, in particolare a Pedemonte, Negarine e Castelrotto, risalgono al Neolitico. In località Archi di Castelrotto sono stati portati alla luce resti di un villaggio protostorico, risalente al V e IV secolo a.C., costituito da vari complessi.[10]

Durante la dominazione romana, iniziata intorno al II secolo a.C., il territorio era abitato dagli Arusnati, popolazione di probabile origine etrusca o comunque italica[11], stanziatasi in loco a partire dal V secolo a.C. Le tracce lapidarie che ci testimoniano l’esistenza di questo popolo sono oggi custodite a Verona, presso il Museo lapidario maffeiano.[10]

Il territorio di San Pietro in Cariano è ricco di reperti dell’epoca romana, a dimostrazione della destinazione del territorio quale zona residenziale di rilievo. Resti di abitazioni rustiche romane sono stati rinvenuti in vari luoghi sparsi su tutto il comune, fra i quali spiccano le vestigia di un’antica villa, rinvenuta in località Ambrosan, con annessi ruderi di quello che si suppone possa essere stato un edificio dedicato all’essiccazione dei prodotti agricoli, tipicamente di uva per ottenere vini passiti.[12] Sempre risalenti a quest’epoca, sono state trovate tracce di cave che attestano un’attività di estrazione di tufo per la costruzione di edifici.[13]

Sotto l’impero romano la zona conobbe un periodo di prosperità; da qui passava l’antica via Claudia Augusta di cui se ne sono trovate alcune tracce.[14] Nell’epoca delle invasioni barbariche, il territorio carianense seguirà la stessa sorte delle località limitrofe. Molto probabilmente da qui il giovane Odoacre discese provenendo da Norico che, da qui a poco, metterà fine all’impero romano d’occidente, aprendo all’epoca che oggi riconosciamo come medioevo.[15]

Storia medievale

In età alto medievale, la presenza di strade che conducevano verso la Valdadige fa ritenere che la zona costituisse un caposaldo per la difesa della città di Verona.

La zona faceva parte fin dall’epoca longobarda della corte del Monastero di San Colombano del Priorato di Bardolino e della grande prioria di “Negarine e di S. Pietro in Cariano” con le sue “pievanie”, dipendente dall’Abbazia di San Colombano di Bobbio (PC) e del grande feudo monastico di Bobbio. I monaci evangelizzarono il territorio favorendo l’espansione dei commerci, dell’agricoltura (specie la vite e l’olivo), del sistema di pesca, e della cultura, introducendo importanti innovazioni ed aprendo vie commerciali[16].

Fin dalla dominazione longobarda, Castelrotto, allora conosciuto come Castrum rotharii, vantava una notevole importanza militare, testimoniata dalle vestigia di un antico maniero, la cui costruzione avvenne intorno all’anno 1000, ma quasi sicuramente sorto sul luogo di una precedente fortificazione.[17][18] Esso, infatti, risultava essere a capo di una sculdascia, ovvero una circoscrizione minore in ambito ducale, ma dotata di un ampio potere.[19]

Del periodo medievale è la romanica pieve di San Floriano, la cui esistenza è menzionata già a partire dall’anno 905[20], anche se l’attuale edificio risale al XII secolo, Venne edificata su un luogo di culto pagano, come lo dimostra l’impiego per la sua costruzione di pietre di epoca romana, fra cui due grandi cippi funebri, ed altri resti marmorei, oggi posti davanti all’ingresso principale.[21] Sempre nell’odierno territorio comunale, coeve alla pieve di San Floriano, si trovano la chiesa di San Martino a Corrubbio, la pieve di Santa Maria in Vallena e la chiesetta di Santa Sofia a Pedemonte, tutte vestigia di architettura romanica.[22]

Nel basso medioevo il territorio comunale, possedimento della signoria Scaligera, fece parte della contea della Valpolicella, che godeva del privilegio di una parziale autonomia e di separata amministrazione. Questa situazione si protrasse almeno fino alla caduta di Antonio della Scala, avvenuta nel 1387. Durante il successivo periodo di dominazione viscontea del duca Gian Galeazzo di Milano (1387-1402), la Valpolicella tornò ad essere un Colonnello, conservando alcuni diritti giurisdizionali e iniziò ad essere protetta da alcune agevolazioni fiscali. All’inizio del XV secolo la zona passò brevemente sotto il controllo dei Carraresi, per poi essere riconquistata nel 1404 da Francesco Gonzaga, il quale distrusse il castello di Castelrotto per evitare che potesse nuovamente passare sotto il controllo dei Carraresi che precedentemente lo avevano messo sotto assedio e conquistato.[21]

Storia moderna

 

Il vecchio municipio di San Pietro in Cariano, già sede del Vicariato della Valpolicella con a fianco la chiesa dell’Ara. Si notino sulla facciata gli stemmi di alcuni vicari che qui soggiornarono.

Col passaggio sotto il dominio veneziano, e in seguito della dedizione di Verona a Venezia del 24 giugno 1405, la zona ebbe nuovi impulsi; i commerci si rafforzarono, mentre San Pietro in Cariano diventò sede del Vicariato della Valpolicella.[23] Il vicariato era sorretto da un proprio statuto che, pur subendo alcune inevitabili aggiustamenti nel corso degli anni, si conservò sostanzialmente invariato.[24] La carica di Vicario durava un anno. L’ufficio veniva assunto il 2 febbraio, dopo una solenne cerimonia che, partendo da Verona, giungeva in pompa magna alla sede del Vicariato a San Pietro in Cariano, ove il designato riceveva dal predecessore la bacchetta del governo.[25] I Vicari provenivano esclusivamente dalla città di Verona, e solitamente appartenevano a famiglie patrizie veronesi con possedimenti nella vallata. Sulla facciata del vecchio palazzo comunale, in piazza Ara della Valle, si possono ammirare ancora oggi gli stemmi di alcuni vicari che qui soggiornarono, oltre alle insegne del vicariato stesso.[26][27][28]

 

Villa Pullè situata nel capoluogo e risalente alla seconda metà del XVII secolo.

Durante tutto il periodo veneziano il territorio vide un fiorire di ville venete; se ne contano oggi una quindicina, fatte edificare da nobili veronesi che qui possedevano aziende agricole,[23] utilizzate sia per residenza che per recarvisi durante periodi soggiorno e villeggiatura.[29] Tra queste, spicca la villa Serego di Pedemonte, progettata sull’idea di Andrea Palladio[30], ma realizzata solo in piccola parte rispetto alla grande estensione disegnata dal celebre architetto nei suoi Quattro libri dell’architettura (1570): meno della metà del cortile rettangolare e in particolare la sezione settentrionale.[31]

All’importanza della zona corrispose un incremento demografico: Intorno alla metà del 1500, in tutto il territorio dell’attuale comune si stima vi risiedesse una popolazione compresa tra le 1 000 e le 1 500 anime.[32] I vari registri parrocchiali testimoniano una crescita che arrivò a toccare circa 2 000 individui intorno ai primi anni del 1600. La peste del 1630 cagionerà alla morte dei due terzi della popolazione che, al termine dell’epidemia, si ridurrà a soli 800 abitanti.[33]

Nel 1796, durante la prima campagna d’Italia le armate francesi napoleoniche conquistarono Verona, ponendo il territorio di San Pietro in Cariano sotto il proprio dominio. In seguito al trattato di Campoformio, che decretava la scomparsa della Repubblica di Venezia, venne soppresso il secolare Vicariato della Valpolicella, che tuttavia venne ristabilito per un breve periodo in seguito alla cessione del Veneto all’Austria, per poi scomparire definitivamente in seguito alla pace di Presburgo del 1805, quando tutto il Veneto tornò sotto il dominio napoleonico.

In seguito alla Restaurazione e al Congresso di Vienna del 1814-15, San Pietro in Cariano passò stabilmente sotto il controllo dell’Impero Austro-Ungarico. Il cambio di dominazione fu salutato con soddisfazione dalla maggior parte della popolazione,[34][35] e portò ad un rinnovamento amministrativo ed economico a partire dal miglioramento delle vie di comunicazione, sebbene l’epoca asburgica abbia comunque lasciato ben poche testimonianze della sua presenza nel territorio carianese.

Nel 1866, a seguito degli avvenimenti della Terza guerra d’indipendenza italiana, il Veneto viene annesso al Regno d’Italia. I primi decenni del nuovo corso politico per gran parte dei contadini di San Pietro si tradussero però un periodo di miseria, conseguenza dalla vasta disoccupazione e dei magri redditi derivanti dalle arretrate attività agricole, circostanze che si aggravarono dal diffondersi della pellagra e di altre malattie infettive come la scarlattina, il morbillo, la tubercolosi, la scrofola, la febbre tifoide, la difterite.[36] Ciò portò all’emigrazione di parte della popolazione verso altri paesi europei e le Americhe, un fenomeno ben documentato se si confronta l’andamento demografico del paese tra il 1866 e il 1920. Nonostante le gravi difficoltà economiche, nello stesso periodo nel capoluogo, a San Floriano e a Santa Sofia, si ebbe l’istituzione delle prime scuole primarie. Perché il comune possa dotarsi anche di scuole medie inferiore e superiore bisognerà però attendere alcuni decenni.[37] Interventi statali portarono alla realizzazione dei primi acquedotti, che comportarono un decisivo miglioramento delle condizioni igieniche di quasi tutta la popolazione, e la conseguente riduzione dell’incidenza delle malattie infettive, che ciononostante continuarono a mietere vittime per diversi decenni.[37] A sostegno della popolazione più povera e bisognosa, a Negarine vennero fondate una congregazione di carità e, nel 1897, una società di mutuo soccorso.[38]

Storia contemporanea

 

La stazione di San Pietro in Cariano sulla linea Verona-Garda-Caprino all’inizio del XX secolo

A cavallo tra l’Ottocento e il novecento si accentua un fenomeno in essere già da molto tempo, ovvero una profonda trasformazione fondiaria caratterizzata da un grande frazionamento della proprietà terriera.[39] Si assiste ad una riqualificazione della coltivazione della vite, con la promozione di una gestione aziendale più moderna, e l’impianto di nuovi vigneti secondo tecniche moderne, privilegiando le zone migliori per posizione e composizione del suolo. Queste iniziative apportano un miglioramento sostanziale dell’economia del paese.[40] Il 3 agosto del 1889 viene inaugurato il primo tratto della ferrovia Verona-Caprino-Garda, il cui tracciato attraversa il comune di San Pietro in Cariano da est ad ovest. La tratta verrà poi soppressa nella prima metà del 1959 a causa del crescente traffico su gomma, nel quadro generale della politica ferroviaria volta all’eliminazione dei rami secchi.[41]

Lo scoppio della prima guerra mondiale chiamò al fronte molti giovani carianesi, che diedero un cospicuo contributo di sangue alla patria, testimoniato, sia nel capoluogo che nelle frazioni, da monumenti commemorativi dedicati ai caduti del conflitto. Durante il periodo bellico l’economia riuscì comunque a trarre alcuni vantaggi: in particolare, i piccoli produttori agricoli videro accrescersi i propri guadagni grazie all’innalzamento dei prezzi dei prodotti delle campagne conseguenti alle incessanti richieste provenienti dal vicino fronte.[42]

Nel 1927, nel periodo dell’Italia fascista, una moderna riforma amministrativa tesa all’eliminazione dei comuni minori[43] fece sì che il comune di Negarine fosse aggregato (con l’esclusione di Settimo che sarà accorpato a Pescantina) a San Pietro in Cariano, definendosi così l’attuale assetto del territorio comunale.[44]

 

La collina di Sausto dopo l’esplosione del 25 aprile 1945 che causò 29 morti

Durante la seconda guerra mondiale, San Pietro in Cariano fu teatro di eccidi e distruzioni. Dopo l’8 settembre 1943, come gran parte dell’arco alpino, venne occupata dalle truppe della Germania nazista. Furono quindi requisite ville, edifici privati e scuole. L’imprecisione delle bombe sganciate dagli aerei alleati nel tentativo di colpire la ferrovia e la strada del Brennero causò numerosi danni e diversi morti e feriti tra la popolazione civile. Al termine del conflitto, il 25 aprile 1945 alle dieci e mezza di sera circa, i tedeschi ormai in fuga fecero esplodere una polveriera a Corrubbio (sul monte Sausto) causando una carneficina che costò 29 morti e la distruzione di decine di abitazioni.[45]

Al termine della guerra, come nel resto d’Italia, i carianesi iniziarono alacremente l’opera di ricostruzione. In breve tempo si ristabilirono le vie di comunicazione, cogliendo l’occasione per migliorarle e ampliarle. Parallelamente al progresso delle infrastrutture, il comune fu protagonista di una notevole crescita economica che continua ancora oggi, garantita sia dalla storica produzione vinicola, che dallo sviluppo della piccola e media industria conseguente al boom del dopoguerra.

Simboli

Per quanto riguarda lo stemma del comune, si ritiene che in esso sia raffigurato san Pietro Apostolo che prega tra le rovine di un castello e la chiesa parrocchiale a lui intitolata. In aggiunta, una stella a sei punte e un cartiglio che riporta la scritta “‘fides“, “con fede”. L’immagine è un richiamo alla fanciulla inginocchiata presente nella miniatura realizzata da Francesco Caroto che accompagnava il manoscritto del XVI secolo privilegia et iura in Vallis Policelle.[46]